Restituiteci la Seria A (trasferte incluse, please)

Cluster Magazine 12 aprile 2012 0

Un torneo mediocre, squadre escluse dall’Europa, scandali, divieti, scommesse: proviamo a riflettere sul nostro campionato.

Dove diavolo è finito il campionato più bello del mondo? Quello degli squadroni, quello dei campioni, quello dove anche la squadre di provincia poteva annoverare tra le proprie fila calciatori di primo livello (Hernan Crespo, giocatore del Parma dal 1996 al 2000). Quello degli stadi pieni, dei settori ospiti ricolmi di passione e bandiere, quello delle partite alle 15 della domenica. Dov’è finito?  Diciamocelo, come direbbe La Russa:  è finito nel cesso. Ma c’è di peggio, perché, dopo aver tirato lo sciaquone, tanta merda (passateci il termine), è rimasta a galla, micidiale nell’avvelenare lo sport nazionale e i fine settimana di migliaia di appassionati. Pare che, dunque, sei anni dopo Calciopoli, il calcio italiano sia costretto a fare di nuovi i conti con se stesso.

Il problema, oggi come nel 2006, è molto grave e radicato, perché multifacce e perché coinvolge non solo questioni di campo, prettamente sportive, ma anche tutto quello che fa da cornice al pallone. Il problema, infatti, non è solo che il Milan, la squadra che l’anno scorso ha dominato e vinto il campionato, poco tempo fa sforni una prestazione imbarazzante al cospetto del Barcellona, tirando una sola volta in porta e lamentandosi poi per essere stata eliminata da un rigore dubbio. Il problema è che un giocatore dell’Atalanta, Cristiano Doni, esultava dopo i gol con un gesto emblematico, che significava ”a testa alta”, per essere uscito pulito da un brutto caso di calcioscommesse, salvo poi essere arrestato, dopo aver mentito a se stesso e a una intera città, per lo stesso reato, alle quattro del mattino, nascosto in garage come l’ultimo dei ladri. Il problema è che un altro giocatore, Andrea Masiello, faccia volontariamente autogol per incassare una certa somma di denaro da smezzare con gli amici, in culo alla maglia che indossa e, per giunta, proprio durante un derby. Il problema è che i vertici dello sport e del calcio italiano, che sono gli stessi da anni, dovrebbero vigilare e invece si dicono stupiti di fronte a un tale disastro, dovrebbero dimettersi, almeno, ma ovviamente non ci pensano proprio. Il Problema è tanto altro, ma andiamo per ordine.

Parliamoci chiaro: la Serie A fa cagare. Non veniteci a dire che è un campionato equilibrato, che per questo motivo ci sta che la prima in classifica perda con la terzultima. La verità è un’altra: le squadre italiane sono scarse. Non lo diciamo noi, lo dicono i fatti. Quando una nostra compagine varca le Alpi, scaglia. Non importa con chi, né dove. Puntualmente perde. La Roma d’inizio stagione, per esempio, non si qualifica alla fase a giorni dell’Europa League per opera dello Slovan Bratislava, club che prima di allora nessuno poteva conoscere. Nella stessa competizione, la Lazio, terza forza del campionato, perde sia all’andata che al ritorno con l’Atletico Madrid, che nella Liga è settimo; l’Udinese, invece, si fa buttare fuori dall’AZ Alkmaar, che è sì secondo in Olanda, ma che riesce comunque a passare il turno nonostante fosse rimasta in dieci per quasi tutta la partita di ritorno. Nell’Europa che conta, del Milan abbiamo già detto; i cugini dell’Inter, però, hanno fatto addirittura peggio: fuori agli ottavi contro l’Olimpique Marsiglia, che è nona in classifica e che prima di incontrare i neroazzurri veniva da cinque sconfitte consecutive. L’unica squadra che non ha sfigurato fuori dall’Italia è stata il Napoli, che pure si è dovuto inchinare allo Stamford Bridge, al cospetto di un Chelsea non proprio nella sua stagione migliore. Vogliamo poi rimembrare l’ultimo mondiale? Meglio di no, và.

Non basta? Bene, andiamo avanti e parliamo di soldi. Dal 2014 scatterà il famoso Fair Play Finanziario, tanto voluto dal presidente UEFA Platini. I club italiani, fatta eccezione per il Napoli e pochi altri virtuosi, sono tutti fuori norma: schiacciati da 1,55 mld di debiti, soffocati da bilanci in rosso per un totale di 284,7 milioni (Fonte: La Repubblica). Senza i soldi di Sky e compagnia bella, il calcio in Italia avrebbe già chiuso i battenti. Non è forse il caso di darsi una regolata? il 2014 è tra un anno e mezzo, non tra tre lustri. Proviamo a sorridere, comunque: in casi gravi, la nuova normativa prevede l’esclusione dalle Coppe europee. Bè, non sarebbe una novità…

Quello che più da fastidio, tuttavia, è che in questo grigiore, in questa pochezza, quelli che pagano (in tutti i sensi) sono i tifosi, coloro che muovono il calcio, quelli che, senza i quali, questo sport non sarebbe nulla. Una partita di pallone in un campo vuoto è come un concerto senza pubblico. Ci vorrebbe più rispetto, ovvio, ma il rispetto dalle nostre parti è merce rara. Per cui, non solo andare allo stadio è diventato quasi impossibile, ma bene che ti va la partita che vedi è acchittata, male che ti dice è proprio venduta. Bello eh? E poi, in trasferta non ci vai se non possiedi la tessera del tifoso, uno strumento creato per risolvere il problema degli ultras, ma che in realtà è ben altro. Uno strumento illeggittimo, infatti, ”perché può rappresentare una pratica commerciale scorretta”, come da sentenza del Consiglio di Stato.

Noi di cluster Magazine saremmo pure polemici, ma ci siamo rotti le palle. Rivogliamo indietro il nostro campionato, integro. Senza cupole, cupoline, arbitri corrotti e giocatori mercenari. Con i cori, le bandiere, i campioni e le trasferte!

 

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