AshTray

Cluster Magazine 4 aprile 2012 0

Siamo pronti anche oggi per il nostro appuntamento con Vox Populi. Oggi siamo andati sulla punta dello stivale, in Calabria, precisamente a Reggio Calabria, dove la nostra Maria Palma ha intervistato per noi gli AshTray. Scoprite cosa
si sono detti!

Ciao ragazzi e benvenuti su Cluster Magazine, presentatevi ai nostri lettori.

Ciao e grazie del benvenuto! Noi siamo gli Ashtray, un gruppo alternative punk rock di Reggio Calabria. Siamo in cinque e non vediamo l’ora di rispondere alla prossima domanda

Raccontateci un po’ di storia della band: come, quando è nata e perché avete scelto questo nome.

Gli Ashtray nascono nel 2008, ma la nostra definitiva line up l’abbiamo raggiunta solo all’inizio del 2010 quando Filippo, il nostro cantante, entrò a far parte del gruppo. Il merito del nome va a Cecio. Mentre traghettava verso la Sicilia,  ha notato su una nave la scritta Only Ashtray, cosi scelse il nome e ha buttato giù una filosofia interessante: Ashtray (Posacenere) è quel contenitore di emozioni di un fumatore che fumando e gettando la cenere dentro, da in cambio parte della sua vita per svuotare quello che sta provando: emozioni positive e negative. Le stesse emozioni che traspaiono dal nostro primo lavoro in studio.

Quali sono le vostre influenze musicali e come definireste il vostro sound?

Tutti e cinque amiamo il punk rock ma ascoltiamo anche altri generi musicali. Diciamo che I punti cardini dei nostri ascolti sono i Blink 182, Foo Fighters, Green Day, A Day To Remember e Sum 41. Ma ci sono migliaia di gruppi che continuano a influenzarci. Quello che conta e che alla fine ci unisce è il fatto che tutti noi amiamo la musica a 360°. Il nostro sound non è dato da nulla di propriamente programmato: il merito va sicuramente ai nostri gusti musicali molto affini. Abbiamo dato vita alle nostre idee, buttando giù i pezzi, senza pensarci troppo.

Come nasce la vostra musica? Chi è che scrive i testi, e chi invece compone? E quali gli argomenti che preferite trattare?

Le nostre canzoni nascono da un riff o un giro di chitarra che ci piace e colpisce, le sviluppiamo in saletta e poi inseriamo il testo, tutto qui. I significati dei nostri testi sono legati da una serie di forti emozioni e sentimenti: una serie di condizionamenti generati da alcuni momenti particolari della vita; condizionamenti che fanno provare sensazioni come rabbia, amore, senso di confusione, tristezza.. D’altronde Wake Up è un concept album e abbiamo voluto descrivere l’ascesa alla pazzia e alla rabbia di un essere umano.

“Wake Up” è il vostro primo album, autoprodotto. Come e in quanto tempo è stato realizzato?

Wake Up è stato un percorso abbastanza difficile, soprattutto riguardo ai tempi di registrazione: il problema principale è stato il cambio di voce. Quando entrammo in studio le prime volte, Filippo non era ancora con noi e al gruppo mancava qualcosa.. quella complicità fondamentale che rende un gruppo tale. Lo capimmo in tempo e dopo una serie di vicissitudini e di coincidenze fortunate, Filippo entrò in piena regola nella band. A quel punto non mancava più niente al gruppo. Col tempo (e con tante e tante prove) è nata una buona affinità musicale e una bella amicizia: entrambe ci hanno portato fino a qui. Realizzare l’album è stata un’esperienza sicuramente molto emozionante: dare vita a musica propria è un qualcosa di appagante che ti da molte soddisfazioni.

Mentre sappiamo che adesso siete a lavoro su un nuovo album che si chiamerà “Time Line”. Ce ne parlate un po’?

Siamo al lavoro su nuovi brani per il nostro nuovo progetto, sarà anche questo un concept album che parlerà di passato presente e futuro. Non possiamo dire altro per ora. Possiamo però dire che è appena uscito il secondo videoclip estratto dal nostro primo album “Wake Up”, si chiama “Back in myself”. Dopo il  primo video “Inch of a Blind Nightmare”, abbiamo deciso di dare vita e forma a un secondo, dalle tinte sicuramente più dark. Guardatelo.

Fino ad adesso quante esperienze dal vivo avete avuto? E quale palco ricordate con più piacere?

Abbiamo avuto moltissime esperienze live. A gennaio siamo stati impegnati in un tour di tre settimane in centro Italia e ci siamo divertiti moltissimo. Però l’esperienza che ricordiamo con più piacere è stata sicuramente la prima volta assieme in un locale nella nostra città.

Quant’è importante per voi l’attività live di una band e quanto è determinante la presenza scenica?

Durante i live i gruppi hanno modo di confrontarsi con il pubblico che a parole tanto li sostiene: è anche un modo per capire quanta gente ci segue e ci apprezza davvero. E’ un banco di prova fondamentale: ogni volta è come mettersi in gioco. Per quanto riguarda la presenza scenica pensiamo che oltre al buon ascolto serve anche una buona visione, quindi è importante dare sempre il massimo sotto ogni punto di vista insomma.

Come tutti ben sappiamo,purtroppo, nel nostro paese emergere oggi come oggi è difficile, voi che pensate su questo?

E’ la verità. In Italia si calcola maggiormente chi fa musica che “vende”, e non conta molto se è fatta bene o male, se è in lingua inglese o italiana. Ma tutto questo a noi importa poco: andiamo comunque diritti per la strada che abbiamo scelto.

Siamo giunti al termine : progetti per il futuro?

Abbiamo tantissimi progetti ma l’essenziale per noi è continuare a fare musica. Cerchiamo sempre di dare il massimo, sia durante le prove che durante i nostri live. Per il resto tutto quello che arriva lo prendiamo così come viene, sperando sempre per il meglio ovviamente: tutte le band sognano di poter far arrivare le propria musica a un pubblico più vasto possibile. Speriamo di riuscirci un giorno.

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