Alice In Chains – Dirt

Cluster Magazine 26 febbraio 2012 0

Questa settimana noi di Cluster Magazine vogliamo ritornare agli anni 90. Non perché gli ultimi album da noi recensiti non erano validi, anzi. Bruce Springsteen, Tom Waits, Stevie Wonder: mostri sacri della musica ma che, nel bene e nel male, vivono di una certa aurea di intoccabilità e si imitano a fare ciò che facevano 30 anni fa. Ci sono gruppi che non hanno avuto questa fortuna. O forse invece la fortuna sta proprio nell’aver lasciato album straordinari per poi cadere nella rovina più totale? Allora oggi torniamo a Seattle, dove abbiamo già incontrato Nirvana e Pearl Jam al loro massimo splendore. In questo fermento creativo gli Alice In Chains hanno rivestito un ruolo enorme, forse troppo sottovalutato da una critica troppo legata al sistema delle major e che aveva focalizzato i propri obiettivi solo sulle vendite di Nevermind. La band di Jerry Cantrell e Layne Staley ha agito su un substrato urbano fatto di malessere ed emarginazione, intrappolato nell’eroina, simbolo della povertà delle periferie del mondo degli anni 80. Ed è stato proprio questo, oltre alla voce straordinaria di Staley, a creare un seguito indissolubile verso la band. C’è chi sostiene che gli Alice In Chains siano stati un gruppo abile a cavalcare l’onda della moda grunge, ma chi li ha seguiti e conosciuti sa che non c’è molto di vero in questo, e che il talento della band è stato davvero autentico ed enorme. Dopo il primo album “Facelift”, per molti ancora immaturo e che risente ancora delle sonorità cosiddette hair-metal della seconda metà degli anni 80, nel 1992 esce “Dirt”, pietra miliare non solo del grunge ma della storia del rock del 900. E’ un album che si può definire decadente nel senso letterario del termine. È cupo, angoscioso, in cui le voci tormentate dei due leader si rincorrono creando un effetto vortice da cui non si riesce ad uscire. I riff potenti e taglienti si alternano ad assoli melodici di pura malinconia, la voce di Layne urla, è strozzata, a volte sembra un lamento funebre pieno di rabbia. L’uomo cerca di uscire dalla spirale di sconforto, invano. Them Bones si apre con una potenza che lascia di stucco. Chi era abituato ai riff dei Who cari ai Pearl Jam, o al punk tanto adorato ai Nirvana, sentire la chitarra di Cantrell ricalcare il metal più puro fa rimanere inchiodati sulla sedia. Rabbia e disperazione escono dalla voce di Staley, Non c’è speranza di redenzione, non c’è via d’uscita. Quando troviamo “Down In A Hole”, ballata apocalittica dove l’intreccio tra le due voci di Cantrell e Staley raggiunge l’apice del pathos, possiamo leggere parole profetiche: “Bury me softly in this womb” è la preghiera iniziale, “I’ve eaten the sun and my tongue has been burnt of the taste” è l’ammissione di colpa di un uomo desolato davanti al proprio destino. Cinque minuti di melodie dolcissime e muri di chitarre: un capolavoro. Layne Staley verrà trovato  morto il 19 aprile del 2002. Gli Alice In Chains non saranno più loro. Il rock non sarà più lo stesso.

1. “Them Bones” (Cantrell) – 2:30
2. “Dam That River” (Cantrell) – 3:09
3. “Rain When I Die” (Staley) – 6:01
4. “Sickman” (Staley) – 5:29
5. “Rooster” (Cantrell) – 6:15
6. “Junkhead” (Staley) – 5:09
7. “Dirt” (Cantrell/Staley) – 5:16
8. “God Smack” (Staley) – 3:50
9. “Iron Gland” (Staley) – 0:43 voce: Tom Araya degli Slayer
10. “Hate to Feel” (Staley) – 5:16
11. “Angry Chair” (Staley) – 4:47
12. “Down in a Hole” (Cantrell) – 5:38
13. “Would?” (Cantrell) – 3:27

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